Wu Shi Tao, la via del guerriero

di Cesare Cossa

Con riferimento al Cristianesimo ed al Buddhismo si può sostenere che nessun uomo ha il diritto di prevaricare un altro essere umano; parlando di lotta e combattimento, il praticante esperto di arti marziali deve partire dal presupposto che è sempre meglio evitare lo scontro, anche se si è nel giusto, scegliendo piuttosto la mediazione.

La lite: sei nel giusto e vieni osteggiato.
Fermarsi a metà strada reca salute.
Condurre a termine porta sciagura.

Sempre secondo la saggezza cinese, se non si è sicuri di vincere è meglio evitare lo scontro, o almeno rimandarlo. La tradizione orientale ci ha lasciato un altro insegnamento fondamentale, che potrebbe essere banale se non nascondesse una profonda verità, ovvero che è sempre meglio vincere senza arrivare allo scontro diretto. Tuttavia, quando lo scontro è inevitabile, è necessario vincere immediatamente.

Attaccare o battere in ritirata

Perché combattere? Se si è attaccati o se si deve attaccare un avversario prima che sia lui a prendere l’iniziativa. E, se si deve combattere, è necessario essere predisposti a vincere lo scontro: davanti al pericolo ci si deve battere come tigri.
La strategia dell’abile combattente prevede che sia essenziale la valutazione di base, ovvero come essere sicuri di vincere lo scontro. Gli antichi testi sostengono che abile combattente è chi, oltre a vincere, vince con facilità, ovvero vince uno che è già sconfitto in partenza, e in tal caso, per vincere, non ha nemmeno necessità di usare la forza.
Un avversario troppo forte va, invece, rifuggito. Tenendo in debita considerazione che “chi ha poca forza è in preda di chi ne ha molta”, se si è nettamente inferiori all’avversario si deve cercare di evitare lo scontro.

Le cose non possono dimorare durevolmente al loro posto.
Per questo segue il segno: la ritirata.
La ritirata significa cedere.

Si deve essere in grado di valutare attentamente i fattori in gioco per poi seguire la strategia migliore di attacco o di ritirata.

La ritirata: riuscita!
Per il piccolo è propizia la perseveranza.

Vittoria o sconfitta

Se si gioca si può vincere ma si può anche perdere, se non si gioca non si vince ma nemmeno si perde; nel combattimento è lo stesso: se si incontra un avversario di pari capacità si può combattere e si può vincere, ma si può anche essere sconfitti. Detto altrimenti: la vittoria può essere prevedibile, ma non si può avere la certezza di ottenerla; dal momento che l’invincibilità dipende da noi stessi e che il suo opposto dipende dall’avversario, gli abili combattenti possono rendersi invincibili ma non possono far sì che l’avversario sia, per questo, sconfiggibile. E’ quindi di fondamentale importanza essere in grado di valutare lo yin e lo yang ovvero i vantaggi e le perdite.
Conoscere le proprie capacità offensive senza conoscere le capacità di difesa dell’avversario porta solo a una mezza vittoria; conoscere i propri punti vulnerabili senza conoscere le capacità di attacco dell’altro porta ugualmente a mezza vittoria.

Conoscendo gli altri e conoscendo se stessi, in cento scontri non si correranno rischi; non conoscendo gli altri ma conoscendo se stessi, una volta si vincerà ed una volta si perderà; non conoscendo né gli altri né se stessi si sarà inevitabilmente in pericolo ad ogni scontro.

L’avversario non deve essere né sottovalutato né sopravvalutato, ma attentamente osservato. Non si deve, tuttavia, credere che tale osservazione debba richiedere tempi lunghi; se si può perdere ore studiando il filmato di un avversario che si deve incontrate sul leitai per un incontro di sanda, al fine di scoprire quali tecniche predilige, come si chiude in difesa, quali sono i segnali che ne indicano la stanchezza, non si può sciupare nemmeno un secondo per contrastare un’aggressione che avviene per strada. La capacità di osservazione dipende dalle circostanze.

Vincere subito

Per gli antichi cinesi la guerra era un fattore spiacevole, necessaria ma spiacevole, a tal punto da rendere essenziale una sua rapida soluzione; così deve essere interpretato anche lo scontro tra due combattenti.
Un volta che si sia valutata la propria superiorità è necessario evitare di dissipare inutilmente le proprie energie, magari dando tempo all’avversario di riprendersi, oppure fortuitamente di portare tecniche che possono arrecare danno. Se si è nettamente superiori all’avversario lo si deve attaccare con violenza, ovvero quando si percepisce che l’avversario è più debole si deve agire con forza e decisione.
Si deve saper attaccare il nemico là dove è più vulnerabile ed assumere la posizione più vantaggiosa. Quando l’avversario da’ segni di cedimento deve essere incalzato e colpito violentemente perché tale situazione potrebbe non ripetersi. E’ quindi importante essere in grado di cogliere nel comportamento dell’avversario segnali di debolezza o di confusione.
Non è sufficiente la padronanza delle tecniche per vincere uno scontro, è essenziale capire che l’approccio al combattimento è in larga misura di tipo psicologico; durante uno scontro un lottatore corre vari rischi: se pensa di poter essere sconfitto può essere sconfitto, se è facile all’ira può essere provocato, se è sicuro di sé può indurre l’avversario in questi errori.
Una volta che si è padroni della tecnica, si deve sconfiggere l’avversario nel profondo del suo essere per renderlo vulnerabile. Per ottenere tale scopo si può intimorire l’avversario con lo sguardo, i comportamenti, il tono della voce.

L’arte dell’inganno

Durante un combattimento è di fondamentale importanza essere in grado di condurre l’azione dominando gli eventi, decidendo il ritmo, costringendo l’avversario ad adeguarsi. In tale contesto è lecito avvalersi di tutti gli inganni possibili per arrivare allo scopo finale che, ricordiamo, è la vittoria.
Chi sa far muovere l’avversario lo costringe ad adattarsi ai propri intenti. L’abile combattente fa in modo che l’avversario prenda l’iniziativa, sentendosi più forte; ciò che fa muovere l’avversario di sua iniziativa è la prospettiva di un vantaggio e ciò che ne impedisce il muoversi è il timore di una perdita: si deve tentare l’avversario facendolo sentire in vantaggio.
Un metodo per costringere l’avversario a mostrare le sue carte, è quello di provocarlo; provocando l’avversario si conosceranno i punti di maggior forza e quelli in cui è carente. Tale strategia può essere adottata anche se l’avversario è sulla difensiva o si comporta in modo oscuro; simulando un attacco si costringe il contendente a dissimulare le sue intenzioni.
Con il proprio comportamento si può influenzare quello dell’avversario, irritando l’avversario si può confonderlo, ostentando debolezza si può metterne in luce l’arroganza, inducendolo a seguire il proprio ritmo lo si può cogliere in contropiede.
Se si è capaci si deve dimostrarsi incapaci, e se si è attivi bisogna mostrarsi inattivi; quando si è vicini bisogna dare l’impressione di essere ancora lontani, e quando si è lontani quella di essere già vicini. Quando l’avversario attacca non si deve reagire subito, fingendosi vulnerabili, ed offrendo all’avversario la speranza di una riuscita, si deve arretrare e, quando l’avversario crede nella finta e si rilassa, lo si deve attaccare violentemente.
Si deve colpire l’avversario quando mostra indecisione, senza permettergli di riprendersi. Se l’avversario indietreggia si deve fingere un attacco e nel momento in cui egli si rilassa lo si deve colpire con decisione.
Per agire in tale modo, ovvero fingersi disordinati per ingannare l’avversario, fingersi deboli per colpire con forza, è necessario possedere un controllo perfetto sia della propria mente che del proprio fisico:

Se vuoi fingere codardia devi godere di un coraggio perfetto;
se vuoi fingere debolezza devi possedere una forza perfetta.

Strategia del combattimento

Il generale Sun Zi ricorda che il qi è incisivo all’inizio di uno scontro, oscillante durante lo stesso e basso al termine; da queste parole deriva che, per essere sicuri di vincere, si deve evitare di attaccare direttamente chi ha le proprie forze al culmine, attendendo invece che siano oscillanti o in calo.
L’invincibilità sta nel sapersi difendere, e la possibilità di vincere sta nel saper attaccare. Ci si difende quando le forze sono insufficienti, e si attacca quando sono sovrabbondanti. Con chi è abile ad attaccare l’avversario non sa da che parte difendersi; con chi è abile a difendersi, l’avversario non sa da che parte attaccare. Per attaccare con la certezza del successo si deve attaccare ciò che non è difeso, ovvero si devono evitare i punti di forza e concentrarsi sui vuoti; per difendere con una certezza di stabilità si deve proteggere ciò che non viene attaccato, ovvero far sì che l’avversario non sappia dove attaccare.
In difesa si deve impedire all’avversario ogni attacco bloccando la sua iniziativa, quindi, quando si è demoralizzato si deve cambiare strategia attaccandolo con violenza contando sulla sorpresa.
Se l’avversario è riposato si cerchi di stancarlo; se è tranquillo, lo si metta in agitazione. Si facciano finte costringendolo a chiudesi in difesa, avanzando al contempo velocemente in modo imprevisto; lo si inganni mostrando il pieno come vuoto, lo si attacchi dov’è impreparato portando gli attacchi ove non si è attesi.
Il punto in cui colpire non deve essere palesato. In caso di successo negli attacchi, è bene non ripetersi. Se fallisce una modalità di attacco le modalità di successo con lo stesso tipo di attacco diminuiscono, se anche il secondo attacco va a vuoto allora è il momento di cambiare tecnica.

Se l’avversario pensa alla montagna lo si deve attaccare dal mare,
se pensa al mare si deve partire dalla montagna.

Alto e basso, sinistra e destra: si indica in alto e si colpisce in basso, colpendo in basso si porta in alto, si indica a sinistra e si colpisce a destra, colpendo a destra è necessario difendere a sinistra, l’alto e il basso si guardano reciprocamente, la sinistra e la destra si fanno eco.
In caso di situazioni di stallo è necessario essere capaci di abbandonare la propria strategia per trovare una soluzione alternativa; per fare questo è necessario essere in grado di modificare se stessi, il proprio spirito, ovvero essere sempre pronti a seguire il comportamento dell’avversario.
L’adattamento all’avversario significa non rimanere legati a schemi fissi, ma essere in grado di cambiare in relazione agli eventi. Si deve essere come l’acqua, infilarsi nei vuoti e fluire continuamente: “seguire... seguire, aderire... aderire”.

Velocità

“Il forte batte il debole, il veloce batte il lento” cita una delle regole del Qi Xing Tang Lang Quan: l’abile combattente ha una forza formidabile e agisce in tempi brevi.

E’ detto: sii rapido come il tuono che scoppia prima di poterti coprire le orecchie, improvviso come il lampo che divampa prima di poterti chiudere gli occhi.

In un combattimento la velocità è un fattore essenziale: è necessario che le mani siano veloci, gli occhi siano veloci, il pensiero sia veloce, il corpo sia veloce, i passi siano veloci. Tuttavia si deve sottolineare che la velocità è inutile senza il ritmo e che forza e tempismo sono strettamente collegate.
Nell’allenamento delle tecniche il praticante deve tendere affinché occhi e arti siano strettamente correlati, ovvero che il corpo sia in grado di reagire come la mente richiede; se nella guardia dell’avversario si aprono dei varchi è necessario inserirsi in essi a grande velocità portando le tecniche in continuazione, in modo efficace.
Ogni sforzo di riuscita sarà inutile se l’intenzione non trova il suo corrispettivo nell’azione. Solo in questo modo è possibile mettere in pratica quanto sopra esposto.

Nell’avanzare e nel recedere
è propizia la perseveranza di un guerriero.

E cos’è la perseveranza del guerriero se non pratica, studio e disciplina. Gli antichi maestri cinesi definivano “ingoiare amaro” l’allenamento del Wu Shu, sottolineando con tali parole la durezza della pratica; all’ingresso della sala di allenamento del maestro Lin Jing Shan vi stava, laconica, la scritta “devo ancora studiare” per ricordare ogni volta agli studenti la lunga via che porta alla padronanza dell’arte marziale, la via del guerriero.